Laborintus’s Weblog

Gravità di Gravità

Novembre 22, 2007 · Lascia un Commento

“[...] Ma perché non ci mettiamo a sedere da qualche parte? Paura di non rialzarci più, forse?” Da S. Beckett, “Tutti quelli che cadono”.  Ritorno alla rete. Nuovo abbonamento, nuova casa, stessa città. Scuserete le bruttezze strutturali, ma non ho ancora quasi per nulla capito come funziona WP.  Se mi dovessi dare un voto da 0 a 2.0, prendo a malapena una risicata sufficienza, che suppongo sia circa 1.2? Vabbé. L’altro blog rimarrà spazzatura mediatica ancora visitabile, fino a quando la mafia non prenderà l’appalto per lo smaltimento rifiuti della rete. Detto questo, ri-cominciamo. Nel 1958, una cagnet175_moon_wideweb__470x3770.jpgtaveniva spedita sulla luna e moriva di rumore, pressione, panico e solitudine dopo poche ore. 7 anni dopo, un umanoide con tanto di bandierina lasciava impronte di sé e, per sineddoche, di tutti Noi ulissidi sul polveroso cranio della luna.  Al di là di ogni facile partigianeria antiamericana, antioccidentale, et cetera, resta credo ancora da valutare cosa sia significata quell’impronta, se inizio o ferita; e se ferita c’è stata, nei confroni di cosa, quale superficie ha lacerato.  Galileo Galilei  restituisce all’ uomo la sua lateralità – con relativa buonapace di una Chiesa che vacilla –  la sua solitudine, ma probabilmente, nelle sere d’estate, guardava ancora la luna con stupore.  Leopardi, “Alla luna” torna per confidare e consegnare segreti e ricordi, ciclicamente e ritualmente, perché se il pastore percorre errante l’Asia e sente la sterminata orizzontalità dell’uomo, è verticale il suo grido, sfrutta la propria gravità come pulsione e propulsione a resistere ed esitere. Borges, nello scrivere la luna fa un esplicita collezione e collazione di autori che prima di lui inchinarono il capo e le parole all’astro della prossima distanza, testimoniando come l’oggetto poetico diventi in realtà archetipo e soggetto che riflette l’uomo, in ogni senso. Abbastanza vicina per farsi guardare e scrivere, meglio,  farsi sedurre in lunghe e insoddisfatte attese; meno accecante del sole, meno orgogliosa, tollerante all’ambizione di empatia che l’uomo riversa su tutto, si lascia chiamare sorella dai tempi di S. Francesco. Eppure quello che poteva sembrare un monito – “ricordati uomo della gravità che ti vincola alla tua terra, non sarai mai altro che terra, non sarai mai luna…” – era forse una protezione, una tutela del desiderio che, se non poteva spingersi fino a Saturno (provate voi a parlar d’amore e di tormenti con un occhio mezzo chiuso e l’altro conficcato in un telescopio…), trovava nella luna una fuga e un approdo accessibile, un porto di fantasia e follia confidata. Luogo a cui inviare le nostre lunari follie, in cui perdere il senno come l’Astolfo ariostesco. E mentre, prima del 1969, non c’era pericolo che qualcuno ve lo riportasse, il senno intendo, ora forse neanche ce lo spedite più, perché sapete che qualcuno potrebbe arrivare a toccarre, registrare e documentare i vostri desideri. Grave. E’ tutta una questione di gravità.  Solo oggi credo, dopo il ‘69, possiamo capire che cosa sia la gravità, e quanto sia greve e grave. Siamo tutti più pesanti, siamo tutti qua.Il richiamo alla terra non è più una scelta di razionalità, ma una condizione, una premessa, e l’unica fuga possibile è murata in questa conca, lo sguardo e il desiderio seguono il corpo nel suo destino di morte, di ritorno in umiltà (nella radice latina di humus). Scrive Gottfried Benn:”Carne si livella al suolo. Fiamma si dà via. // Umore si appresta a colare. Terra chiama.” (Morgue) Tutto cade. Corpi, Pensieri, Desideri e prima di tutto Parole. Questo è il Beckett dell’immobilità, dei personaggi semi-interatti, invasati nella terracotta, gravati nelle parole come nei corpi da una tentazione a cadere, a rinunciare. E se la fine del corpo è la decomposizione, la degradazione del muscolo, per le parole la soglia è il silenzio, la tentazione estrema di smettere di nominare, articolare e correlare, subordinare, esprimere e argomentare, aggettivare e figurare, improvvisare e precisare, qualificare…Eppure non si finisce mai di finire, di cadere, di smettere.  L’allunaggio è, credo, tutto questo. E’ togliere il polo positivo della differenza di potenziale che è la nostra vita immaginativa e biologica, è l’assalto al simbolo, la crociata della chiarezza che soggioga l’altro da sé. Mi spiego ancora peggio, direbbe Bergonzoni, addomesticare un simbolo, quale la luna è stata, significa ferire a morte la complessità compressa che deve rimanere figurale, è parafrasare l’infinito. Prima di tutto è un furto. Ci hanno rubato, a noi che siamo nati dopo il ‘69 (e dopo il ‘68, per altri versi) il latte lunare con cui nutrire un linguaggio, ci hanno impedito la fiducia intima di un confidente inaccessibile, hanno tradotto la luna in bandierina e spezzato uno dei pochi codici che non aveva perso vitalità nella convenzione (A. Zanzotto scrive cose magnifiche sul rapporto tra convenzione, allunaggio, linguaggio, inconscio e poesia in Gli Sguardi i fatti e i Senhal) Così le nostre parole sanno solo di terra e, come tutto, tutti cadiamo. Democratica in vita, ascoltava tutti, democratica anche in morte, poiché restituisce tutti, nessuno escluso, alla propria gravità, toglie la mano che aiutava la nostra spina dorsale, e la nostra verticalità si slaccia, come l’uomo di Giacometti.giacometti0077_t2233_maxi.jpg Perso un vettore linguistico come la Luna, non solo cadiamo, ma tutto ci cade addosso. E allora non resta che farsi largo tra le reliquie di vecchi viaggi della mente, e nuovi luoghi comuni da cui non si può più fuggire in verticale, e decidere come proseguire. La scelta è tra produrre simboli o vivere con la tranquillità, l’economia, la monotonia di una parafrasi  Resta in bocca il sapore del furto. Immagino un quadro futuro: una rivisitazione del tema Vanitas Vanitatis, dove la posto del teschio, simbolo della morte e monito a meditare, ci sia il cranio lunare e in un latino fattosi maccheronico nel tempo, la didascalia: Gravitas gravitatis! Buona caduta a tutti.  

→ Lascia un CommentoCategorie: Senza Categoria

Sheep in the fog

Febbraio 22, 2007 · 2 Commenti



Sheep in the fog

The hills step off into whitness
People or stars
Regard me sadly, I disappoint them

The train leaves a line of breath
O slow
Horse the colour of rust

Hooves, dolorous bells -
All morning the
Morning has been blackening.

A flower left out.
My bones hold a stillness, the far
Fields melt my heart.

They threaten
To let me through to a heaven
Starless and fatherless, a dark water.


Pecorella nella nebbia


Le colline sconfinano in bianchezza.
Persone o stelle
Mi guardano con tristezza, le deludo.

Il treno lascia una linea di respiro.
O lento
Cavallo colore della ruggine,

Zoccoli, dolenti campane -
Per tutta la mattina la
Mattina si è andata annerando.

Un fiore trascurato.
Le mie ossa hanno requie, i campi
Lontani mi sciolgono il cuore.

Minacciano
Di assumermi fino a un cielo
Senza stelle né padre, acqua buia.

Sylvia Plath, in Lady Lazarus e altre poesie, Mondadori, Milano 1998, € 7, 80.

(La tela è invece di Rothko, Black and Grey)

→ 2 CommentiCategorie: Senza Categoria

Torsioni

Febbraio 1, 2007 · 7 Commenti




“La verità è che il modo scientifico di guardare un fatto non è il modo di guardarlo come un miracolo.”

L.Wittgenstein

Sono nei portici, con la sporta della spesa nella destra, un fastidio. E c’è un Gennaio invadente, volgare, che ti costringe a un discorso freddo, a un riparo. Le traettorie del chiunque sono un gioco destra o sinistra, uno sputo quello sguardo da trenta centimetri, che prima di asciugarsi aumenta il freddo. Ma questa è l’ora in cui la mia giornata forma un semipiano. Tra le sei e le sette è la paralisi che attendo. Oggi, alla sprovvista, mi coglie in strada. Esco dai portici, a cinquanta metri da casa, sono le gambe il primo segnale dell’evento. Come acqua calda, che si apra dall’interno, sale alla testa. La testa cade, si appoggia sui pochi muscoli dorsali. Ed è come si spezzasse dal collo, come si aprisse dal collo un occhio polifemico, largo, una sinestesia, in cui la vista si mischia all’aria, più spazio. La lacrima è una contrazione della metamorfosi, il suono che avverte che ora il cielo cade nel collo. Gli occhi normali si vergognano. Un po’ di sangue, prima che cicatrizzi sporca la nuova retina-trachea, nutre un immagine di cielo, la realizza.

(Questo scrivevo lo scorso Gennaio…)

→ 7 CommentiCategorie: Senza Categoria

Una partita a scacchi

Gennaio 27, 2007 · 2 Commenti

“My nerves are bad tonight. Yes, bad. Stay with me.

“Speak to me. Why do you never speak. Speak.
“What are you thinking of? What thinking? What?
“I never know what you are thinking. Think.”

I think we are in rats’ alley
Where the dead men lost their bones.

“What is that noise?”
The wind under the door.
“What is that noise now? What is the wind doing?”
Nothing again nothing.
“Do
“You know nothing? Do you see nothing? Do you remember
“Nothing?”

I remember
Those are pearls that were his eyes.

“Are you alive, or not? Is there nothing in your head?”
But
O O O O that Shakespeherian Rag–
It’s so elegant
So intelligent
“What shall I do now? What shall I do?”
“I shall rush out as I am, and walk the street
“With my hair down, so. What shall we do tomorrow?
“What shall we ever do?”
The hot water at ten.
And, if it rains, a closed car at four.
And we shall play a game of chess,
Pressing lidless eyes and waiting for a knock upon the door.

“Ho i nervi a pezzi stasera. Sì, a pezzi. Resta con me.
Parlami. Perché non parli mai? Parla.
A che stai pensando? Pensando a cosa? A cosa?
Non lo so mai a cosa stai pensando. Pensa.”

Penso che siamo nel vicolo dei topi
Dove i morti hanno perso le ossa.

“Cos’è quel rumore?”
Il vento sotto la porta.
“E ora cos’è quel rumore? Che sta facendo il vento?”
Niente ancora niente.

E non sai
“Niente? Non vedi niente? Non ricordi
Niente?”

Ricordo
Quelle sono le perle che furono i suoi occhi.
“Sei vivo, o no? Non hai niente nella testa?”

Ma
0 0 0 0 that Shakespeherian Rag…
Così elegante
Così intelligente
“Che farò ora? Che farò?”
“Uscirò fuori così come sono, camminerò per la strada
“Coi miei capelli sciolti, così. Cosa faremo domani?
“Cosa faremo mai?”
L’acqua calda alle dieci.
E se piove, un’automobile chiusa alle quattro.
E giocheremo una partita a scacchi,
Premendoci gli occhi senza palpebre, in attesa che bussino alla porta.

Da T. S. Eliot, A game of Chess, in The Waste Land, B.U.R., Milano 1982, p. 91. € 7, 23. (La traduzione è però presa da un paio di siti, perché vado un po’ di fretta. Tuttavia, quella dell’edizione B.U.R., di Alessandro Serpieri, è migliore, ed è credo tutt’ora quella più curata nell’apparato critico. )

→ 2 CommentiCategorie: Senza Categoria

Semplicemente guardando

Gennaio 27, 2007 · 1 Commento


“La rapida ascesa della fotografia ha anche a che fare, temo, con la nostra sfiducia nel linguaggio; di recente, i contorni reali di guerre e altre barbarie sono stati traditi dalle parole; forse speriamo di poter ritrovare la verità semplicemente guardando.”

Da R. Adams, La bellezza in fotografia, Bollati Boringhieri, Torino 1995, p. 23.

(Lo scatto qui sopra è mio, San Martino di Castrozza, in occasione del concerto all’aperto di Vinicio Capossela, con Paevl)

→ 1 CommentoCategorie: Senza Categoria