“[...] Ma perché non ci mettiamo a sedere da qualche parte? Paura di non rialzarci più, forse?” Da S. Beckett, “Tutti quelli che cadono”. Ritorno alla rete. Nuovo abbonamento, nuova casa, stessa città. Scuserete le bruttezze strutturali, ma non ho ancora quasi per nulla capito come funziona WP. Se mi dovessi dare un voto da 0 a 2.0, prendo a malapena una risicata sufficienza, che suppongo sia circa 1.2? Vabbé. L’altro blog rimarrà spazzatura mediatica ancora visitabile, fino a quando la mafia non prenderà l’appalto per lo smaltimento rifiuti della rete. Detto questo, ri-cominciamo. Nel 1958, una cagnet
taveniva spedita sulla luna e moriva di rumore, pressione, panico e solitudine dopo poche ore. 7 anni dopo, un umanoide con tanto di bandierina lasciava impronte di sé e, per sineddoche, di tutti Noi ulissidi sul polveroso cranio della luna. Al di là di ogni facile partigianeria antiamericana, antioccidentale, et cetera, resta credo ancora da valutare cosa sia significata quell’impronta, se inizio o ferita; e se ferita c’è stata, nei confroni di cosa, quale superficie ha lacerato. Galileo Galilei restituisce all’ uomo la sua lateralità – con relativa buonapace di una Chiesa che vacilla – la sua solitudine, ma probabilmente, nelle sere d’estate, guardava ancora la luna con stupore. Leopardi, “Alla luna” torna per confidare e consegnare segreti e ricordi, ciclicamente e ritualmente, perché se il pastore percorre errante l’Asia e sente la sterminata orizzontalità dell’uomo, è verticale il suo grido, sfrutta la propria gravità come pulsione e propulsione a resistere ed esitere. Borges, nello scrivere la luna fa un esplicita collezione e collazione di autori che prima di lui inchinarono il capo e le parole all’astro della prossima distanza, testimoniando come l’oggetto poetico diventi in realtà archetipo e soggetto che riflette l’uomo, in ogni senso. Abbastanza vicina per farsi guardare e scrivere, meglio, farsi sedurre in lunghe e insoddisfatte attese; meno accecante del sole, meno orgogliosa, tollerante all’ambizione di empatia che l’uomo riversa su tutto, si lascia chiamare sorella dai tempi di S. Francesco. Eppure quello che poteva sembrare un monito – “ricordati uomo della gravità che ti vincola alla tua terra, non sarai mai altro che terra, non sarai mai luna…” – era forse una protezione, una tutela del desiderio che, se non poteva spingersi fino a Saturno (provate voi a parlar d’amore e di tormenti con un occhio mezzo chiuso e l’altro conficcato in un telescopio…), trovava nella luna una fuga e un approdo accessibile, un porto di fantasia e follia confidata. Luogo a cui inviare le nostre lunari follie, in cui perdere il senno come l’Astolfo ariostesco. E mentre, prima del 1969, non c’era pericolo che qualcuno ve lo riportasse, il senno intendo, ora forse neanche ce lo spedite più, perché sapete che qualcuno potrebbe arrivare a toccarre, registrare e documentare i vostri desideri. Grave. E’ tutta una questione di gravità. Solo oggi credo, dopo il ’69, possiamo capire che cosa sia la gravità, e quanto sia greve e grave. Siamo tutti più pesanti, siamo tutti qua.Il richiamo alla terra non è più una scelta di razionalità, ma una condizione, una premessa, e l’unica fuga possibile è murata in questa conca, lo sguardo e il desiderio seguono il corpo nel suo destino di morte, di ritorno in umiltà (nella radice latina di humus). Scrive Gottfried Benn:”Carne si livella al suolo. Fiamma si dà via. // Umore si appresta a colare. Terra chiama.” (Morgue) Tutto cade. Corpi, Pensieri, Desideri e prima di tutto Parole. Questo è il Beckett dell’immobilità, dei personaggi semi-interatti, invasati nella terracotta, gravati nelle parole come nei corpi da una tentazione a cadere, a rinunciare. E se la fine del corpo è la decomposizione, la degradazione del muscolo, per le parole la soglia è il silenzio, la tentazione estrema di smettere di nominare, articolare e correlare, subordinare, esprimere e argomentare, aggettivare e figurare, improvvisare e precisare, qualificare…Eppure non si finisce mai di finire, di cadere, di smettere. L’allunaggio è, credo, tutto questo. E’ togliere il polo positivo della differenza di potenziale che è la nostra vita immaginativa e biologica, è l’assalto al simbolo, la crociata della chiarezza che soggioga l’altro da sé. Mi spiego ancora peggio, direbbe Bergonzoni, addomesticare un simbolo, quale la luna è stata, significa ferire a morte la complessità compressa che deve rimanere figurale, è parafrasare l’infinito. Prima di tutto è un furto. Ci hanno rubato, a noi che siamo nati dopo il ’69 (e dopo il ’68, per altri versi) il latte lunare con cui nutrire un linguaggio, ci hanno impedito la fiducia intima di un confidente inaccessibile, hanno tradotto la luna in bandierina e spezzato uno dei pochi codici che non aveva perso vitalità nella convenzione (A. Zanzotto scrive cose magnifiche sul rapporto tra convenzione, allunaggio, linguaggio, inconscio e poesia in Gli Sguardi i fatti e i Senhal) Così le nostre parole sanno solo di terra e, come tutto, tutti cadiamo. Democratica in vita, ascoltava tutti, democratica anche in morte, poiché restituisce tutti, nessuno escluso, alla propria gravità, toglie la mano che aiutava la nostra spina dorsale, e la nostra verticalità si slaccia, come l’uomo di Giacometti.
Perso un vettore linguistico come la Luna, non solo cadiamo, ma tutto ci cade addosso. E allora non resta che farsi largo tra le reliquie di vecchi viaggi della mente, e nuovi luoghi comuni da cui non si può più fuggire in verticale, e decidere come proseguire. La scelta è tra produrre simboli o vivere con la tranquillità, l’economia, la monotonia di una parafrasi Resta in bocca il sapore del furto. Immagino un quadro futuro: una rivisitazione del tema Vanitas Vanitatis, dove la posto del teschio, simbolo della morte e monito a meditare, ci sia il cranio lunare e in un latino fattosi maccheronico nel tempo, la didascalia: Gravitas gravitatis! Buona caduta a tutti.
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